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10 curiosità sul Refosco di Faedis: l’anima ancestrale del Friuli raccontata tra vigne e castelli

Il mosaico enologico del Friuli Venezia Giulia è un intreccio millenario di vitigni e storie umane, ma esiste un frammento di questo disegno che risplende di una luce propria, austera e orgogliosa: il Refosco di Faedis.

Non si tratta di un semplice vino rosso, ma della testimonianza liquida di un territorio che ha saputo resistere all’omologazione dei mercati globali per proteggere la propria essenza più viscerale.

Questo vitigno, noto tecnicamente come refosco nostrano, trova nel comune di Faedis il suo santuario d’elezione, distinguendosi nettamente dal più celebre refosco dal peduncolo rosso per caratteristiche agronomiche e temperamento sensoriale. Addentrarsi in questa narrazione significa percorrere sentieri di roccia marnosa, osservare castelli medievali che dominano le valli e riscoprire il lavoro di generazioni di viticoltori che hanno trasformato un’uva difficile in un nettare di straordinaria eleganza.

Attraverso la lente di ricerche approfondite e le testimonianze di realtà come le cantine di Flavia e Umberto Di Gaspero, Zani e Macor, esploreremo le pieghe di una storia che il professore Enos Costantini ha documentato come un atto di resistenza culturale e agricola. In questo articolo analizzeremo dieci curiosità insolite legate a questo vino, svelando perché la versione Riserva sia considerata la prova suprema di una longevità che sfida i decenni.

1. L’enigma etimologico tra grappoli scuri e fiumi d’ombra

La prima curiosità riguarda l’origine stessa del nome, un mistero che affonda le radici nella lingua friulana e nelle suggestioni del paesaggio. Sebbene alcune ipotesi suggeriscano una derivazione dal termine rafus, ovvero la propaggine della vite, questa teoria si scontra spesso con le regole della fonetica locale.

Copertina Storie di viti - Enos Costantini
Copertina Storie di viti – Enos Costantini

Una spiegazione molto più suggestiva e probabile, sostenuta da studiosi come il professore Enos Costantini, individua la radice in rap fosc, che letteralmente significa grappolo scuro, a causa dell’intensa colorazione delle bacche che vira verso tonalità quasi d’inchiostro.

Esiste anche una corrente di pensiero che lega il nome a un toponimo specifico, suggerendo che derivi da una contrazione di riu fosc, ovvero rio scuro, evocando le acque profonde e ombrose che solcano le valli del territorio di Faedis.

Qualunque sia la verità definitiva, il nome evoca immediatamente un’immagine di oscurità nobile e profondità cromatica, caratteristiche che il Refosco di Faedis porta con sé dal momento in cui l’uva viene pigiata fino a quando il vino matura nel calice.

2. La diversità del peduncolo verde come certificato di identità

Mentre gran parte del mercato mondiale associa il nome refosco alla sottovarietà dal peduncolo rosso, il protagonista di Faedis rivendica la sua unicità attraverso un dettaglio botanico fondamentale: il peduncolo che rimane rigorosamente verde al momento della maturazione.

Questa distinzione non è un mero esercizio per ampelografi, ma si traduce in un profilo sensoriale completamente diverso, dove la freschezza e una certa “rusticità nobile” prendono il sopravvento sulla morbidezza a volte eccessiva di altri cloni. Esperienze come quelle maturate dalla cantina di Flavia e Umberto Di Gaspero mostrano quanto sia vitale la salvaguardia di questi biotipi, poiché solo attraverso il mantenimento del refosco nostrano originale si può sperare di imbottigliare la vera tensione acida del territorio.

Il Refosco di Faedis si presenta quindi come un “fossile vivente” della viticoltura friulana, un sopravvissuto che ha mantenuto intatti i tratti somatici dei vini che venivano consumati nei banchetti nobiliari prima che la selezione moderna privilegiasse varietà più produttive ma meno identitarie.

3. Un banchetto papale per consacrare la gloria di Albana

Papa Gregorio XII
Papa Gregorio XII

Esiste una data precisa che segna la grandezza storica di questo vino, riportandoci al 6 giugno 1409, durante un banchetto di ben settantadue portate tenutosi a Cividale in onore di Papa Gregorio XII. In quella sontuosa occasione, il Refosco di Albana, frazione strettamente legata all’area di produzione di Faedis, fu servito accanto a eccellenze come la Ribolla di Rosazzo e il Verduzzo di Faedis, dimostrando come già sei secoli fa questo vino godesse di un prestigio internazionale immenso.

Non era considerato un vino comune per il popolo, ma un dono riservato alle più alte cariche della cristianità e della nobiltà imperiale.

Questa testimonianza storica conferma che la zona di Faedis non ha scoperto la propria vocazione vitivinicola in tempi recenti, ma l’ha custodita e raffinata attraverso i secoli, mantenendo un livello di qualità che lo rendeva degno delle mense papali già in pieno Medioevo.

4. La resistenza eroica alla “caporetto” dei vigneti friulani

Intorno al 1850, il Friuli fu colpito da un disastro senza precedenti: l’arrivo dell’oidio, un fungo parassita americano che devastò quasi completamente il patrimonio viticolo regionale. Mentre moltissime varietà locali scomparvero per sempre, venendo sostituite da vitigni stranieri più resistenti come il Merlot o il Cabernet, il Refosco di Faedis dimostrò una resilienza straordinaria.Refosco di Faedis

Insieme a pochi altri “irriducibili” come il Picolit e lo Schioppettino, riuscì a superare non solo l’oidio, ma anche la successiva ondata di peronospora e la terribile fillossera di fine Ottocento.

Questa resistenza ancestrale alle malattie della vite è una delle ragioni per cui oggi lo consideriamo un vitigno eroico, capace di sopravvivere dove altri hanno ceduto, preservando un patrimonio genetico unico che rischiava di andare perduto durante la grande crisi ampelografica del XIX secolo.

5. Il segreto della ponca e il drenaggio delle colline prealpine

Ponca, terreno
Ponca, terreno

Il carattere del Refosco di Faedis è scolpito dalla geologia del terreno su cui affonda le radici, una formazione millenaria composta da marna e arenaria che i friulani chiamano ponca.

Questo suolo, originato da antichi fondali marini emersi milioni di anni fa, agisce come una spugna minerale che costringe la vite a spingere le radici in profondità per cercare nutrimento. Attraverso la prospettiva della cantina Macor si osserva come la vite sia costretta a soffrire sulla ponca per produrre frutti dalla buccia spessa e ricca di polifenoli, caratteristica essenziale per la struttura del vino.

Il drenaggio perfetto offerto dalle colline di Faedis, unito alle escursioni termiche tra il giorno e la notte garantite dalle brezze montane, permette di ottenere un’uva che bilancia perfettamente la potenza zuccherina con una sapidità minerale che non ha eguali in pianura.

6. La maestosità della riserva e la sfida al tempo

Se il Refosco di Faedis d’annata colpisce per la sua esuberanza e i sentori di mora selvatica, è nella versione Riserva che questo vino raggiunge vette di assoluta eccellenza mondiale.

Refosco di Faedis Riserva, cantina Ronc dai Luchis
Refosco di Faedis Riserva, cantina Ronc dai Luchis

Per ottenere la dicitura Riserva, il disciplinare impone un affinamento minimo, ma il vero segreto risiede nella capacità del vino di evolvere grazie a un’impalcatura tannica solida e una freschezza naturale persistente. In questa veste, il vino abbandona le spigolosità della gioventù per sviluppare note terziarie di cuoio, tabacco dolce e una balsamicità che ricorda la resina dei boschi circostanti.

La Riserva non è solo una scelta tecnica, ma un atto di fede del produttore verso la longevità del vitigno nostrano, che può riposare in cantina per decenni trasformandosi in un rosso vellutato e complesso, capace di competere con i grandi cru da invecchiamento internazionali.

7. Un vino meno sensibile ai trattamenti rameici

Refosco di Faedis in mezzo ai vignetiUna curiosità tecnica di grande rilievo riguarda il comportamento del Refosco di Faedis rispetto alle pratiche agricole moderne. Storicamente, il refosco dal peduncolo rosso ha mostrato una certa sensibilità ai trattamenti a base di rame, che possono causare arrossamenti fogliari o cadute premature delle foglie in determinate condizioni.

Macor Gianni, raccolta dei grappoli maturi.
Macor Gianni, raccolta dei grappoli maturi.

Al contrario, il refosco nostrano di Faedis si è dimostrato molto più tollerante a questi interventi, caratteristica che ne ha favorito la sopravvivenza nelle zone pedemontane dove l’umidità richiede una gestione attenta delle malattie fungine.

Questa maggiore rusticità ha permesso ai viticoltori locali di mantenere in vita il vitigno anche in epoche in cui la chimica agraria era meno raffinata di oggi, consolidando il legame tra la pianta e il suo microclima d’elezione

8. La rara biodiversità di un ettarato ridotto al minimo

Faedis, vitigni
Faedis, vitigni

Nonostante la sua fama tra i conoscitori, il Refosco di Faedis rappresenta oggi una nicchia produttiva piccolissima nel panorama mondiale. Secondo i dati riportati da Enos Costantini, nel 2016 la superficie coltivata a refosco nostrano, ovvero il Refosco di Faedis, ammontava a soli 45,7 ettari.

Questa rarità lo rende un vero e proprio patrimonio di biodiversità da proteggere, lontano dai numeri massicci del Pinot Grigio o del Prosecco che dominano il territorio regionale.

Scegliere una bottiglia di questo vino significa sostenere una viticoltura di precisione e di memoria, praticata da un manipolo di produttori che rifiutano di cedere il passo a varietà più remunerative per restare fedeli alla storia delle proprie colline.

9. L’abbinamento perfetto con il musetto e la brovada

Musèt & Brovàde
Musèt & Brovàde

Il profilo gustativo del Refosco di Faedis è intrinsecamente legato alla cucina del territorio, nascendo per contrastare i sapori forti e grassi della tradizione contadina friulana. La sua acidità spiccata e la carica tannica nervosa fungono da perfetto contrappeso per piatti come il musetto servito con la brovada o la minestra di crauti e fagioli.

La cantina Zani, nel suo approccio alla valorizzazione del patrimonio storico, sottolinea come l’equilibrio tra potenza e finezza di questo vino sia ideale per pulire il palato dopo la succosità delle carni di maiale o della selvaggina.

È un vino che non cerca di essere ruffiano o eccessivamente morbido, ma che esige piatti di carattere, trasformando ogni pasto in un rito di appartenenza alla terra friulana.

10. La toponomastica come sigillo di prestigio ed eccezionalità

L’ultima curiosità riguarda il modo in cui il nome di questo vino è diventato parte integrante della geografia friulana. Come evidenzia magistralmente Enos Costantini, il Refosco ha generato toponimi per la sua natura eccezionale: mentre non esistono luoghi chiamati “campo della blave” (mais) perché il mais era ovunque, esistono mappe antiche che riportano nomi come “Refoschis” a Crauglio o “Campo delle Refosche” a Pavia di Udine e Orcenigo.

Questa tendenza a battezzare i terreni col nome del vitigno dimostra il prestigio immenso di cui godeva, paragonabile a quello di un santo o di un personaggio illustre. Il Refosco di Faedis non è quindi solo un prodotto agricolo, ma un vero e proprio riferimento spaziale e storico, un nome che nel corso dei secoli ha dato identità non solo al liquido nel calice, ma alla terra stessa che lo ospita, elevandola sopra la massa anonima delle altre colture


La maestosità del Refosco di Faedis Riserva: un gigante che sa sussurrare

Entrando nel merito della tipologia Riserva, il discorso sul Refosco di Faedis si sposta su un piano di pura contemplazione enologica. La dicitura Riserva non indica semplicemente un vino che ha trascorso qualche mese in più in cantina, ma rappresenta l’apice di un progetto qualitativo che inizia anni prima della vendemmia. Per sostenere un invecchiamento prolungato in legno, il vino deve possedere una struttura polifenolica impeccabile e un’acidità che funga da spina dorsale.

Refosco di Faedis riservaIl Refosco di Faedis Riserva si presenta nel calice con un colore rubino profondo, quasi impenetrabile, che con il tempo assume riflessi granati. Al naso, l’iniziale nota di prugna e mora selvatica evolve in sentori complessi di pepe nero, liquirizia e un tocco di cacao amaro. Al palato, la trama tannica, inizialmente indomabile, si trasforma in seta, offrendo un sorso pieno e persistente che racconta la fatica dell’uomo e la pazienza della natura.

In conclusione, il Refosco di Faedis è molto più di un vino; è il custode di una biodiversità preziosa e il testimone di una storia di resistenza culturale. Grazie all’impegno di produttori lungimiranti e alla documentazione storica di studiosi come Enos Costantini, questo vitigno continua a risplendere nelle guide e nei cuori degli appassionati.

Che si tratti di una versione d’annata vibrante o di una Riserva profonda e meditativa, questo vino invita a un rallentamento dei sensi, a un ascolto attento di ciò che la terra ha da dire. È un vino onesto, che non teme di mostrare le proprie “rughe” territoriali e che premia chi ha la curiosità di avventurarsi tra le vigne silenziose e le colline magiche di Faedis.